L’Attesa (Report)
Report dell’Officina di novembre 2025
Nell’Officina sull’Attesa abbiamo parlato dei modi in cui si attende, di cosa succede nel frattempo, e del perché lo facciamo.
📆 I prossimi appuntamenti:
11 dicembre alle 19:00 – Laboratorio di lettura “O’Connor”, su Zoom
13 dicembre alle 10:00 – Officina, presso la libreria Passaparola in via della Balduina 122 (Roma)
Valerio
“Attendere” configura certamente un’azione, un disporsi all’arrivo di qualcosa o qualcuno. Ma è un’azione particolare, perché al contempo contempla (richiede?) il compiersi di altre azioni: nell’attesa posso leggere, dormire, fare una telefonata, etc. L’attesa appare così come un tempo da riempire. Ben lo vediamo nel confronto tra il quadro Una donna (L’attesa) di Felice Casorati e Sala d’attesa del reparto maternità di Norman Rockwell.
Nel primo caso, seduta a un tavolo vuoto apparecchiato con delle scodelle egualmente vuote, una donna è colta nell’atto dell’attesa, immobile, forse assopita. Nel secondo, i futuri padri sono rappresentati da Rockwell nei comportamenti più eterogenei: chi sfoga la propria ansia, chi legge un libro, chi cammina nervosamente, chi scherza con gli astanti. Ma queste non appaiono come azioni neutre, in quanto tutte in realtà finalizzate a “ingannare l’attesa”, riempendo quel vuoto ben rappresentato da Casorati.
Similmente devono ingannare l’attesa i tre pistoleri che appaiono nei primi minuti di C’era una volta il West, di Sergio Leone. I tre stanno aspettando l’arrivo di un treno e per una decina di minuti, che appaiono allo spettatore (soprattutto contemporaneo) un tempo cinematografico dilatato all’inverosimile, “perdono tempo” ora distratti dal ticchettio di una goccia ora dal volo di una mosca. Sullo schermo scorrono varie azioni, tutte invero inutili ai fini della narrazione principale. Si tratta di un tempo morto, buttato ad attendere un treno che, peraltro, recherà la morte per i tre pistoleri.
Ma ci sono anche attese totalizzanti nella loro angoscia. Ce ne racconta una Dino Buzzati, in Un amore:
Il tempo non passa mai. L’orologio segna già le sette e dieci ma Antonio ha l’abitudine di tenerlo sempre un poco avanti, saranno appena le sette e due, le sette e tre. Un’altra sigaretta. E se lei avesse cambiato idea, se avesse rimandato la partenza? Fino a che ora avrebbe aspettato? Si sentiva la faccia stanca. Si guardò nello specchio del cruscotto. Che faccia odiosa, specialmente la bocca. Forse era ora. (…)
Il suo orologio segna le sette e venti, saranno le sette e dieci, sette e undici, piove un po’ meno. Ancora una sigaretta. Verrà?
Adesso è già in ritardo. Ancora cinque minuti e non si farebbe più in tempo per il treno. Cosa è successo?
Non fa che guardare l’orologio, vorrebbe non guardarlo, aspettare ogni volta un tempo conveniente, almeno. Ma l’ansia. Oh finalmente.
Sente il rumore di una porta a vetri che si chiude. Poi dietro l’inferriata, nella penombra, una figura.
Qualcosa dentro di lui che si apre, liberando una soffocazione interna, gli parve di tornare a vivere. Lei! lei!
Esce una donna con uno scialle in testa. Avrà almeno quarant’anni. Si accese la luce della portineria.
Le sette e ventitré. Quella lì non si è svegliata. Modena le preme, lui non ha capito perché Laide ci tenga tanto. È impossibile, se si è svegliata in tempo, che non sia già dabbasso. (…)
Le sette e mezza. Cosa combina quella disgraziata? Le sette e trentadue. Mai la Laide comparirà, non scenderà più, non gli telefonerà più, non si farà viva mai più. Ormai il treno è perso.
Scattò la serratura del cancello. Lei avanzò, dritta, con quel suo passo deliberato e indifferente.
Qui il protagonista non riesce a scindere se stesso dal tempo dell’attesa, diventando tutt’uno con esso. Notiamo infatti che nessun’altra azione gli risulta possibile se non l’osservazione del proprio orologio.
Quasi come nota a commento ci giunge in soccorso un passaggio di Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes:
Vi è una scenografia dell’attesa: io la organizzo, la manipolo, ritaglio un pezzo di tempo in cui mimerò la perdita dell’oggetto amato e provocherò tutti gli effetti di un piccolo lutto. Tutto questo avviene dunque come in una recita.
Barthes identifica tre atti nella “recita” dell’attesa di qualcuno. Nel primo atto si nota il ritardo della persona attesa, quasi con rigore matematico e ci si chiede se per caso si avesse ben inteso il giorno, l’ora o il luogo dell’appuntamento, se non siano sopravvenuti dei contrattempi, etc. (“e se lei avesse cambiato idea, se avesse rimandato la partenza?” si chiede Antonio). Nel secondo atto sopravviene la rabbia verso chi ci fa attendere (“Quella lì non si è svegliata. (…) Cosa combina quella disgraziata?“). Infine, nel terzo, giunge la preoccupazione, l’ansia si fa totale e il ritardo diventa vero e proprio lutto (“Mai la Laide comparirà, non scenderà più, non gli telefonerà più, non si farà viva mai più“).
Chiosa Barthes:
…io aspetto, e tutto ciò che circonda la mia attesa è irreale: in questo caffè, io guardo gli altri che entrano, chiacchierano, scherzano, leggono tranquillamente: loro, non stanno aspettando.
Il mondo, per fortuna, non ci attende.
Un’altra donna in attesa, forse la più celebre della letteratura, è Penelope, narrata dalla voce di Capossela nella canzone Le Pleiadi.
L’attesa da ingannare diventa qui inganno essa stessa, ma comunque preferibile alla certezza del “non vederti tornare“. Eppure il soggetto amato, così ben visualizzato nell’attesa, non sarà riconosciuto dal vivo. Ecco, dunque, che l’attesa diventa tempo dell’immaginazione, in grado di proiettare le nostre fantasie e desideri.
Si ritorna all’attesa come tempo “vuoto”, di assenza, e dunque di desiderio, così come evidenziato nel finale del racconto L’altra morte di Jorge Luis Borges:
…ma egli ebbe quello che il suo cuore bramava, e tardò molto ad averlo, e forse non c’è felicità più grande.
Cecilia
Nella poesia Il sabato nel villaggio, Giacomo Leopardi descrive le ore precedenti al giorno di festa, la domenica, come le più belle della settimana, suggerendo, in maniera non troppo implicita, che l’attesa sia più piacevole dell’arrivo del momento tanto aspettato, che di sicuro non sarà come lo abbiamo immaginato. Eppure, mentre l’io poetico del componimento sembra vivere con amarezza la consapevolezza della futura disillusione, il villaggio mostra, con forse maggiore saggezza, di sapersi godere l’attesa: le ragazze raccolgono fiori, le anziane si cullano nei ricordi, i bambini scorrazzano e gridano, le colline fioriscono e il sole tramonta. Tutti, a parte l’io poetico, sembrano felici.
La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
[…]
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.
[…]
Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.
L’attesa è condizione inevitabile dell’esistenza, come il succedersi dei giorni: non si può sfuggire all’attesa, e anzi potremmo dire che il nostro tempo è per forza tempo di attesa, non meno di quello dei protagonisti di Waiting for Godot di Samuel Beckett. Quando non siamo noi ad attendere qualcosa, è la vita stessa, il sorgere di un nuovo giorno, ad attenderci. Eppure il tempo dell’attesa è tempo della vita e in quanto tale può essere considerato, con meno nichilismo rispetto a quello espresso da Beckett, di per sé valevole, come valevole e pieno di significato è il tempo della giovinezza che precede l’età adulta.
Se poi ad aspettarci è qualcosa che temiamo, ecco che l’attesa diventa idillio, perfezione. Nella poesia Albada il poeta Jaime Gil De Biedma descrive un risveglio nella sua Barcellona in un giorno come tanti. Immaginando gli uccellini che cinguettano mentre i tram che portano le persone negli uffici dove inizieranno un nuovo turno di lavoro, fatica e ipocrisia, l’io poetico riprende a fare l’amore con il compagno e a godersi l’alba, poiché afferma di conoscere quale “giorno che ci aspetta, e non per il piacere.”
Anche se la nostra vita, come la vita di chiunque, passasse in un’attesa infinita, questo non la renderebbe meno densa di significato, meno ricca di esperienze sorprendenti e momenti di felicità che non si saremmo mai aspettati. In The terminal di Steven Spielberg il protagonista, interpretato da Tom Hanks, si ritrova bloccato per diversi anni dentro un aeroporto, impossibilitato tanto a entrare, come vorrebbe, negli Stati Uniti quanto a tornare a casa. Non può far altro che attendere di uscire, in qualche modo, da questa situazione, ma la recitazione di Tom Hanks non mostra l’impazienza di questo personaggio. Quella che sembrerebbe un’esistenza sprecata in uno dei luoghi dell’attesa per eccellenza diventa per l’uomo una vita diversa, nuova, un tempo in cui costruire amicizie vere e coltivare nuovi obiettivi.
Anche i protagonisti del film fantascientifico Passengers vengono posti di fronte a una prova simile: imbarcatisi da ibernati su una nave spaziale che li dovrebbe portare verso Homestead II, pianeta distante centoventi anni dalla terra, i due sconosciuti vorrebbero cominciare una nuova vita sul nuovo mondo, ma si risvegliano troppo presto, quando ancora novant’anni di viaggio li separano dall’arrivo. Quando capiscono di non poter tornare a dormire, la loro prima reazione è quella di disperazione per un esistenza sprecata inutilmente, da soli su una navicella, senza poter mai raggiungere Homestead II e realizzare i propri obiettivi. Ben presto, però, i due si accorgono, grazie al sentimento che nasce tra di loro e che li lega, di poter costruire nell’attesa una “vita bellissima”, che adesso è il loro nuovo scopo.
Luca
Ci siamo chiesti se l’attesa sia un momento che subiamo o che possiamo sfruttare.
Abbiamo cercato risposte nella graphic novel Storie di un’attesa di Sergio Algozzino, con due dei suoi protagonisti, un adolescente degli anni senza cellulari, mentre attende una sua amica per il loro primo appuntamento, immobile e timoroso di far qualsiasi cosa mentre lei è in evidente ritardo… ed un conte d’altri tempi, deciso a partire per la Terrasanta, non prima, però, di aver curato ogni minimo dettaglio per il suo viaggio della vita, una preparazione lunga anni.
Parlare di fede ci ha portato ai toni apparentemente più leggere dei Peanuts e di Linus che ogni Halloween si nasconde in un campo di zucche in attesa del Grande Cocomero, favolosa creatura magica portatrice di doni per i bambini. Ogni anno Linus resterà a mani vuote, deriso dai suoi amici scettici e razionali, eppure ogni anno Linus tornerà in quel campo…
Sono stati poi Pierangelo Bertoli e Fiorella Mannoia a raccontarci l’attesa d’amore con i versi di Pescatore, un’attesa che strugge, ma che può improvvisamente mutare, rovesciarsi e tornare com’era prima.
Abbiamo chiuso con una non-attesa, quella del Lampionaio ne Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry costretto ad accendere e spegnere il suo lampione ogni minuto poiché il suo piccolo pianeta ha iniziato a girare sempre più velocemente, azzerando quei momenti di quiete tra un gesto e l’altro, tra il giorno e la notte.
Margherita
L’intervento parte dal film Tremila anni di attesa, in cui il protagonista, un genio della lampada, racconta la sua storia alla donna che lo ha appena fatto uscire dalla boccetta in cui è stato intrappolato per centinaia di anni. Descrive così la sua lunga attesa:
Beh, per i primi cento anni, ho provato rabbia per il mio destino. Ho pregato il mio dio di essere liberato e quando non ha funzionato ho pregato ogni dio che conoscevo e poi ho pregato anche quelli che non conoscevo. Quando ancora una volta non ho trovato risposta, ho passato il tempo in sogni lucidi, rivivendo tutte le storie della mia vita, e una volta esaurite le storie più e più volte, sono tornato alla preghiera e alla rabbia. E a quel punto, in fine, ho ingannato me stesso. Ho pregato di rimanere nella bottiglia, ho pregato di rimanere per sempre nella bottiglia.
La sua è ovviamente un’attesa sofferta , senza un’orizzonte di conclusione, dato che il genio non può sapere cosa accade all’esterno della boccetta e quando sarà liberato. Così, attraversa varie fasi, si rifugia nella fede per poi perderla del tutto, riesamina la sua vita, si arrabbia, cerca di ingannare sé stesso per ingannare il tempo. Non sa cosa lo aspetta, se qualcosa lo aspetta, e quindi non può neanche prepararsi a ciò che avverrà.
Ben diversa, da questo punto di vista, è quella che chiamiamo “dolce” attesa. Il famoso libro Cosa aspettarsi quando si aspetta è solo un esempio di innumerevoli libri scritti sulla gravidanza, su come prepararsi al parto, su come gestire e sfruttare al meglio questi nove mesi di trasformazione esistenziale che precedono la nascita. Ma cosa può succedere quando ci si ritrova inaspettatamente in dolce attesa? È questo il tema del film Molto incinta, in cui la protagonista scopre di essere incinta dopo un rapporto occasionale con un ragazzo conosciuto da poco. Entrambi sprovvisti di qualunque tipo di mezzo e preparazione ad affrontare la situazione, dovranno fare il possibile per prepararsi e far quadrare le cose, prima dell’arrivo della bambina. Con una comicità spiazzante e sregolata, il regista Judd Apatow ci mostra il sottile confine tra attesa e aspettative, in un momento della vita sempre delicatissimo.
Infine, attraverso un testo tratto da Il mio anno di riposo e oblio, di Ottessa Moshfegh, ci chiediamo se un’attesa può essere effettivamente definita tale se non ci si aspetta più nulla dalla vita. La protagonista del romanzo, infatti, dopo una serie di lutti e difficoltà, ha deciso di passare un anno dormendo, in uno stato praticamente catatonico, sperando che questo possa in qualche modo “guarirla”.
Andai a casa e mi addormentai. A parte l’occasionale irritazione non avevo incubi né passioni, né desideri, né dolori intensi. E durante questa quiete nel dramma del sonno, entrai in una realtà più strana, meno certa. Le giornate scivolavano via in modo obliquo, con pochi ricordi, soltanto il familiare incavo nei cuscini del divano, aloni di schiuma sporca nel lavandino del bagno come un paesaggio lunare, crateri gorgoglianti sulla ceramica quando mi lavavo la faccia o i denti. Ma era tutto quello che succedeva. E forse lo sporco me lo sognavo. Niente sembrava davvero reale. Dormire, svegliarsi, tutto confluiva in un grigio, monotono viaggio in aereo nelle nuvole. Non parlavo tra me e me. Non c’era molto da dire. Da questo capivo che il sonno aveva effetto: ero sempre meno attaccata alla vita. Se continuavo così, pensavo, sarei scomparsa completamente, per poi ricomparire in qualche forma nuova. Era quella la mia speranza. Era quello il sogno.
Francesca
“Life is just what happens to you
While you’re busy making other plans”
Una delle citazioni più famose che vengono in mente quando si parla ti attesa è tratta da una canzone che John Lennon dedica a suo figlio Sean. Lennon lo immagina diventare grande e gli suggerisce di tenergli la mano in questo percorso perché “la vita, è semplicemente quello che ti capita mente sei impegnato a fare altri piani”.
I verbi aspettare e attendere, in prima battuta, parlano di speranza e desideri ma a ben vedere anche di trasformazione, poiché descrivono il tempo che intercorre tra il momento in cui ci si predispone ad attendere e il raggiungimento del proprio obiettivo. Spesso, infatti, l’attesa può essere tutto quello che c’è. Sono i momenti d’attesa il contenuto vero, il resto perde di significato.
In relazione a questo concetto, possiamo pensare alla Trilogia di Linklater. Il regista ci propone 3 film, con gli stessi personaggi principali, ad esattamente 10 anni di distanza l’uno dall’altro. Il fil rouge è il “prima” (Before) che qui ha il senso pieno di attesa, tutto ciò che deve succedere accadrà prima dell’alba, prima del tramonto o prima di mezzanotte.
Before sunrise: due ragazzi s’incontrano per caso su un treno, passeranno insieme la notte vagando per Parigi in attesa di prendere un treno l’indomani all’alba. L’attesa del treno è tutto il contenuto del film.
Before sunset: dopo 10 anni, si incontrano nuovamente. Lui è diventato uno scrittore, presenta il suo nuovo libro, che racconta la loro storia, a Parigi. Lei, ovviamente, va alla presentazione. Passano la giornata insieme dimostrando di essersi aspettati per tutto quel tempo.
Before Midnight: dopo ulteriori 10 anni li ritroviamo sposati, in viaggio con i figli in Grecia. Il loro rapporto è in crisi ma decidono di aspettarsi e rimanere insieme.
A volte, invece, l’attesa serve a cambiare idea, a convincersi di essersi sbagliato, è un arrivo che si sposta sempre più in là, un procrastinare fino a convincersi che l’obiettivo in fondo non era così necessario. Sul punto, un divertente libro di Arto Paasilinna – Piccoli suicidi tra amici – ci racconta come un suicidio mancato può diventare l’occasione per organizzare un pullman diretto a Capo Nord per farsi forza e raggiungere insieme il proprio radicale obiettivo, oppure no.
Il trasportatore Korpela disse al colonnello che il viaggio da Pori a Capo Nord girovagando per la Finlandia e quindi attraverso l’Europa fino alla fine del mondo era stato il più folle e incredibile della sua vita. “Perché siamo ancora vivi, o perché non siamo ancora riusciti a morire?” Chiese il colonnello.
(…)
Il suicidio di massa dei morituri anonimi fu annullato per cause di forza maggiore. Lo strumento con cui realizzarlo era sparito in fondo all’oceano e il trasportatore Korpela non aveva intenzione di sostituirlo con un nuovo autobus. Gli andava già bene di essersi sbarazzato dignitosamente di quell’investimento così oneroso. Senza un mezzo adatto c’era ben poco da intraprendere. Se manca la corda non c’è modo di impiccarsi alla trave. I suicidandosi arrivarono unanimemente alla conclusione che, fosse pure la morte la cosa più seria di questa vita, neanche quella lo era più di tanto.
La conclusione l’ho lasciata ad un breve video. Si tratta del générique, parola che si traduce come “sigla” ma userei piuttosto “titoli di testa” o “di coda” (e in questo caso, entrambi), del film Zazie nel Metro di Louis Malle tratto dal libro omonimo di Raymond Queneau del quale riporto le ultime righe:
Jeanne Lalochère (ndr la mamma di Zazie) la fa salire nello scompartimento.
– Allora, ti sei divertita?
– Così.
– L’hai visto, il metrò?
– No.
– E allora, che cosa hai fatto?
– Sono invecchiata.
Zazie arriva a Parigi con un solo obiettivo: prendere il metrò. Purtroppo, è chiuso a causa di uno sciopero. Anche questo breve racconto (e con questo mi ricollego all’inizio), ambientato tra le strade di Parigi e una serie di luoghi non propriamente consoni per una bimba così piccola, in merito all’attesa ci dice come la vita scorra senza sosta. E che, anche quando le nostre aspettative sono completamente diverse, anche quando non vogliamo, inesorabilmente riempiamo la nostra vita di facce, esperienze e ricordi. Insomma, invecchiamo.
Mariavittoria
All’inizio dell’Officina si è parlato di attesa come qualcosa che riguarda la solitudine ma come possiamo vedere nel quadro di Degas che si chiama appunto “L’attesa” come la ballerina condivida questo tempo insieme a qualcun altro. Il momento, la sensazione, si compie dentro di noi ma porta con sè anche dei compagni di viaggio che la vivono attraverso noi.
Il titolo della canzone di Andrea Laszlo De Simone è coniugato alla prima persona singolare ma il testo comincia con un “tu” ed evidenzia proseguendo quanto attendere, aspettare, spesso sia una passerella con un binario parallelo, dove gli altri ascoltandoci, vivendoci o anche aspettandoci, sembrano sapere sempre la cosa giusta da dire o da fare, mentre noi camminiamo verso un punto che non arriva mai e sappiamo che l’unica cosa da fare è aspettare. Anche se non sappiamo cosa.
Tu
In modo semplice
Sai dirmi cos’è la vita
Ma io
Che non so dirlo
Si io
Vorrei morireTempo aspetterò
Per catturare la ragione che non ho
Trovato in questo mondo
E al mondo resterò
Per poter vivere vivrò
Sapendo che non sono niente e niente avrò
Perché di niente è fatto tutto ed io lo soChe se vivo ancora
E’ soltanto perché
Una cosa
Io l’ho capita
Che la vita
E’ una lunga attesaTempo aspetterò
Per catturare la ragione che non ho
Trovato in questo mondo e al mondo resterò
Per poter vivere vivrò
Sapendo che non sono niente
E niente avrò
Perché di niente è fatto tutto ed io lo soPerò io cosa aspetterò
A dire il vero è proprio questo che non so
Perché è già tardi e tardi è presto se non ho
Capito niente e niente so
Ma dovrò vivere e nel mondo resterò
Finche avrò tempo tutto il tempo aspetteròAspetterò
I protagonisti di questo balletto sono Giselle e Albrecht e il momento che stanno per vivere insieme è una lunga attesa fino all’alba. L’ultima attesa. Infatti, il principe Albrecht è preso di notte dalle Villi, spiriti che si vendicano degli uomini facendoli ballare fino allo sfinimento, e la sua sorte sarebbe ormai scritta se non fosse per Giselle che decide di danzare con lui fino all’alba salvandogli la vita. Vivere da solo quel tempo sarebbe stata una vera e propria sentenza di morte.
La morte, però, è l’unica cosa a cui aspiriamo se ci viene portato via tutto: l’amore della nostra vita.
Come ricorda l’ultima pagina di “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo, dopo le vicende accadute intorno alla celebre cattedrale di Notre Dame, Quasimodo è sparito e non si hanno più sue tracce. Molti anni dopo, durante alcuni scavi, vengono ritrovati due scheletri abbracciati: uno è quello di Esmeralda, impiccata, l’altro è quello di Quasimodo che ha atteso la morte abbracciando la persona che ha amato fino alla fine.
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