Futuro
Il Tempo – 3
Ibis redibis non morieris in bello: così – secondo la tradizione – rispondeva la Sibilla Cumana a un soldato. Il responso però è scritto su foglie e, racconta Virgilio:
se mai si leva un lieve vento e dalla porta schiusa si getta sulle foglie e le scompiglia, lei non si dà pensiero di acciuffarle mentre volano via per la caverna, né di ordinarle ancora e ricomporre le parole profetiche. Così tutti se ne ritornano delusi, maledicendo l’antro e la Sibilla.
Quindi “andrai in guerra, tornerai e non morirai” oppure “andrai in guerra, non tornerai e morirai”? Il responso è ambiguo e insoddisfacente.
La Sibilla di Cuma prosegue nel mondo romano la tradizione delle profetesse di Apollo iniziata assai prima in Grecia e il cui centro è Delfi, sede di un oracolo particolarmente celebre:
Mi disse Febo ch’era scritto ch’io m’accoppiassi con la madre mia, e che versassi con le mani mie il sangue di mio padre.
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Ci vediamo a Officina sabato 13 dicembre dalle 10:00 alle 13:00 presso la Libreria Passaparola (via della Balduina 122, Roma)
Una profezia apparentemente chiara, senza possibilità di fraintendimento, quella che Edipo cerca di scongiurare lasciando Corinto e i suoi presunti genitori per finire però proprio là dove il vaticinio troverà compimento. A Tebe, di cui nel frattempo è diventato re, arriva anzi un altro responso chiaro: l’assassino di Laio è in città ed è il responsabile della peste che la affligge.
CREONTE: Riferirò ciò che ho udito dal dio. Febo c’ingiunge apertamente questo: il miasma è nutrito in questa terra: si cacci per non renderlo insanabile.
EDIPO: Con che rito? E di che natura è il male?
CREONTE: Con l’espulsione o con l’occhio per occhio: è il sangue, che travaglia la città.
EDIPO: Sangue di chi? Cosa denuncia il dio?
CREONTE: Sire, al comando di questo paese avemmo Laio, prima del tuo regno.
EDIPO: Lo so, l’ho udito: non lo vidi mai.
CREONTE: L’ordine è chiaro: di punire i rei di quella morte, quali ch’essi siano.
EDIPO: E dove stanno? Dove mai trovare quest’ardua traccia d’un delitto antico?
CREONTE: In questa terra – dice: ché chi cerca trova, ma ciò che si trascura sfugge.
Edipo giura che “farà chiarezza”; solo il pubblico può cogliere però il doppio senso di ἐγὼ φανῶ (egò phanò), che vuol dire anche “mi svelerò”. Edipo, appena entrato in scena, dichiara inconsapevolmente agli spettatori di star cercando se stesso.
Come sulle foglie di Cuma, le notizie sono davanti ai suoi occhi ma Edipo ne fraintende le connessioni. L’enigma della profezia è il gioco crudele di Apollo (dice Eraclito: “Il signore cui appartiene l’oracolo che sta a Delfi non dice né nasconde, ma accenna”) perché la sapienza, anche quella del futuro, è riservata agli dèi oppure ai pochi uomini che sono disposti a pagarne il prezzo e a perdere il senno.
Con l’avvento della modernità, lo spazio per il mito, il sacro e il divino si coarta. Osserva L. Benadusi (Il mondo che verrà. Gli italiani e il futuro, 1851-1945):
Se l’avvenire è deducibile razionalmente e non è più disegno divino, la fine del tempo profetico lascia il posto alla prognosi: all’idea di riuscire a delineare scenari plausibili sul domani.
Il futuro dell’uomo moderno è quindi proiezione dell’oggi nel domani, destinazione di un progetto (tecnologico, politico, sociale, ideologico), compimento quindi di un disegno, sì, ma di un disegno umano. Questa prospettiva apparentemente così lineare genera però grande ambivalenza. Scrive sempre Benadusi:
Da una parte Marinetti, convinto che «sia pure impostore, perfido, assassino, ladro, incendiario, il Progresso ha sempre ragione», e dall’altra Pirandello, secondo il quale «il così detto progresso non ha nulla a che fare con la felicità».
Il mito rientra in punta di piedi in questo panorama con la fantascienza, che – fedele a questa ambivalenza – popola il nostro futuro di civiltà e mondi avanzatissimi, ma anche di angosce e paure sempre più profonde (in particolare coi generi della distopia, dell’ucronia etc.).
Ma la fantascienza stessa fatica a tenere il passo con una tecnologia che corre sempre più velocemente e che incalza, sovverte, che muta gli strumenti che usiamo ogni giorno senza darci più il tempo di capirli e di integrarli (“Move fast and break things” è il motto che veniva usato a Facebook fino al 2014 ma che oggi così bene si applica a tanti altri attori dell’apparato tecnologico contemporaneo).
Da un lato dunque l’entusiasmo per un progresso sempre più popolato da macchine intelligenti che renderanno il lavoro dell’uomo non necessario. Dall’altro il timore che a diventare non necessario finisca per essere l’uomo stesso (come anticipava nel 1956 L’uomo è antiquato di Günther Anders).
A meno che non sia inebetito da una prospettiva transumanista (molto in voga presso il circolo dei founders di molte aziende high-tech ben rappresentato dal film Mountainhead), la capacità di “prevedere” il futuro non sembra rendere l’uomo contemporaneo affatto capace di incidere su di esso più di quanto non facessero i Greci. Questa pre-visione genera piuttosto angoscia (“Perché, destino, ci hai dato sguardi profondi?”, domanda Goethe in una lirica). “Reagiamo” – più che agire – con furioso dissenso sui social, con sterili virtue signalling, assaporando il retrogusto dolceamaro di una Cassandra (altra preveggente infelice) che può però dire: “L’avevo detto”.
Vogliamo allora fermarci e tornare a Edipo e a quanto scrive J. P. Vernant (Ambiguità e rovesciamento. Sulla struttura enigmatica dell’“Edipo Re”.), per domandarci se veramente sia necessario sciogliere all’istante tutte le nostre incertezze:
Attraverso questo schema logico dell’inversione, corrispondente al modo di pensare ambiguo proprio della tragedia, viene proposto agli spettatori un insegnamento di tipo particolare: l’uomo non è un essere che si possa descrivere o definire; è un problema, un enigma, di cui non si è mai finito di decifrare il doppio senso.
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L’idea di una predittibilità umana era giocata sull’ambiguità dai sapienti greci. È col positivismo, che ha fra i suoi migliori campioni Cartesio, che l’umanità (occidentale) accarezza il sogno non solo di un dominio sul mondo, ma anche sul tempo, nel senso di una concezione ingegneristica dello sviluppo storico. Oggi nessuno epistemologia, neppure nelle scienze cosiddette esatte, accetta più questa illusione. La sociologia ha mostrato l’essenza complessa della società contemporanea, e la complessità non si governa, quindi non si programma con certezza.